L’Imperdonabile

1. L'imperdonabile
Michele Gazich  

2. Il latte nero dell'alba
Michele Gazich  

L’imperdonabile
(FonoBisanzio 2011, FB05CD)

L’imperdonabile
Leggenda degli amanti che camminano sul filo
Canzone di chi non sa tornare
Il latte nero dell’alba
Realtà e desiderio
Fiaba del sole, del ghiaccio e dell’attesa
L’esca del tempo
Lacrimosa
Salmo magico
Grano di luce

Presentazione – L’Imperdonabile: nuovo inizio, antica attesa
Nel maggio 2011 e poi a più riprese nel corso dell’estate, ho rischiato di perdere la mia vita o, in un’ipotesi solo lievemente più mite considerata la mia professione, di perdere l’udito.
Non ho perso, per ora, né la vita né l’udito, ma vivo di una sopravvivenza incerta, in cui ogni istante è caricato al massimo di significato.
Il mio nuovo album, L’Imperdonabile, si è coagulato in pochi mesi mentre il mio sangue riprendeva a scorrere ed è stato registrato nell’agosto 2011, con l’urgenza di stendere una sorta di testamento spirituale, poetico e musicale, augurandomi tuttavia di avere lunga vita anche in questo mondo.
Ho scritto e registrato con attenzione nuova e misteriosa, conscio di compiere un rito di passaggio dalla meta ancora non chiarita.
Ho passato l’ultima estate in luoghi silenziosissimi, montani e lacustri, dove potevo gustare con il mio udito momentaneamente e incertamente ritrovato ogni minimo rumore come se lo sentissi per la prima volta: il sussurro del vento, lo scorrere di una sorgente, il canto frenetico delle cicale, i richiami degli uccelli, il trapestìo dello scoiattolo che sale sulla pianta, la matita sul foglio e il suono del mio violino.
In questi luoghi, mentre celebravo senza testimoni una resurrezione incerta, la mia scrittura si è distesa su quaderni e pentagrammi con una progressione fatale, dolcemente inesorabile.
Mi sono poi chiuso in uno studio di registrazione nell’immobile deserto agostano di Brescia, la mia città natale, e, solo con il tecnico del suono, ho registrato dieci canzoni: ho sovrainciso pianoforte, violini, viole e la mia voce. Sì: anche la mia voce. Non avevo mai amato la mia voce e non l’avevo mai voluta utilizzare, se non occasionalmente, in altri progetti discografici.
Ma la malattia mi ha tolto la voce di prima e me ne ha consegnata un’altra con la quale ho potuto cantare e recitare le mie canzoni: un brandello di voce che sventola sul mistero della mia vita incertamente ritrovata con forza paradossale e imperdonabile.

MG
Brescia, 2 settembre 2011

1: L’Imperdonabile
Il suono di un trio d’archi introduce la canzone. Poi ecco la voce di Gazich, profondo recitar-cantando a scandire un testo impressionante e programmatico: “Imperdonabile l’amore / Imperdonabile la dolcezza / Imperdonabile il passo leggero / Imperdonabile la grazia / Imperdonabile la bellezza / Imperdonabile il volo / Imperdonabile il mistero”.
La canzone, solenne e di matrice classica (può rammentare nello svolgimento musicale il Bach intensissimo e interiore delle Passioni), è dedicata a Cristina Campo (1923-1977), tra i maggiori poeti italiani del Novecento, che produsse pochi e perfetti scritti in prosa e poesia: era solita dire che scrisse poco e che avrebbe voluto scrivere ancora meno.
Cristina chiamò “Imperdonabili” gli autori che vissero tutta la loro esistenza costantemente bruciando verso la verità e la perfezione: uomini e donne immersi nel mistero della vita, gli Imperdonabili sono anche maestri di stile.
Cristina stessa è, naturalmente, la suprema Imperdonabile.
Il mondo teme gli Imperdonabili, li rifiuta e li esilia: il mondo ama la mediocrazia tranquillizzante dei cuori freddi nel petto.

2: Leggenda degli amanti che camminano sul filo
“Nel bacio e nell’abbraccio cadono gli amanti / Il cielo è dei violenti.”
“Quest’album è un piccolo testamento musicale – dice Gazich – anche nel senso che ogni canzone, con pochi tratti allude e sintetizza uno stile musicale che ho suonato, studiato e amato nella mia vita artistica”. La Leggenda degli amanti che camminano sul filo, ad esempio, è una tragica storia d’amore, una parabola sull’amore incerto, il cui il testo si snoda su un saltellante accompagnamento che vuole ricordare e omaggiare il grande Georges Brassens (1921-1981)”.

3: Canzone di chi non sa tornare
La canzone è una filastrocca che descrive un uomo che sfugge a Dio che lo cerca. Abitualmente si parla della situazione opposta.
Il violino che accompagna il canto, chiarisce Gazich, suona con un’inedita accordatura (Sol, Re, Sol, Mi) da me ideata, che mi permette di realizzare un bordone (cioè una nota costante di base). Il tutto richiama il suono delle launeddas, strumento tradizionale sardo. Ho sempre amato e frequentato le musiche tradizionali”.
Prendimi se riesci / Prima che finisca il mondo / Prendimi se riesci / Mentre ballo il ballo tondo…”
Tutta la canzone ha un coinvolgente, inarrestabile incedere folk; è la corsa a perdifiato di chi non vuole farsi prendere. È, inoltre, un irresistibile e funambolico tour de force metrico, in cui ogni sillaba è collocata al suo posto, infallibilmente, come un passo di danza.

4: Il latte nero dell’alba
L’espressione “Il latte nero dell’alba” è misteriosa, ma molto evocativa.
È tratta da una poesia di Paul Celan (1920-1970), uno dei massimi poeti di cultura ebraica del secolo scorso.
Nato in Romania, morto a Parigi, scriveva in tedesco. Come tanti artisti ha cambiato tante patrie, senza mai trovarne una.
I suoi genitori morirono in campo di concentramento, mentre lui si salvò dalla cattura. Paul Celan visse tutta la sua esistenza con l’ossessione di non avere fatto abbastanza per salvare i suoi e, in fondo, con il senso di colpa per essere sopravvissuto, per non essere morto con loro: la memoria dello sterminio dei suoi genitori e del popolo ebraico, la memoria delle violenze della guerra, lo ossessionò al punto tale che, infine, si suicidò, buttandosi nella Senna dal Pont Mirabeau.
Il latte nero dell’alba è quello che bevevano ogni mattino gli ebrei che sapevano di dover morire; il latte nero dell’alba lo bevve Paul Celan, prima di sprofondare nella terribile pace della morte, nel grande cuore nero delle acque del fiume.
Ma il fiume questa notte è un grande cuore nero / E mi accoglie / E mi stringe / E spegne il mio dolore”.
Il brano è diviso in sezioni musicali diversissime: sezioni concitate alternate ad altre di riflessione e pace. Gazich racconta, con scansione al contempo lirica e narrativa, con una voce che non nasconde nulla del male del vivere e che per questo non può lasciarci indifferenti, la vita e la morte di Celan.

5: Realtà e desiderio
Ho preso a prestito questo titolo – scrive Gazich – dal poeta spagnolo Luis Cernuda (1904-1963): sotto il titolo La realidad y el deseo (Realtà e desiderio), egli raccolse tutta la sua opera poetica. Il mio vuole essere innanzitutto un omaggio e un invito alla lettura di un grande poeta, anche perché detesto le opere d’arte che narcisisticamente ammirano se stesse senza additarne altre. Per questo motivo, amici, in tante mie composizioni ho voluto alludere ad altri poeti: la vita è troppo breve per spenderla guardandosi allo specchio dimenticandosi del mondo e delle strade oltre il muro a cui lo specchio è appeso”.
Questo splendido titolo, inoltre, ben descrive l’incurabile scollatura tra il mondo attorno a noi come è e come noi lo vorremmo, con un desiderio che quotidianamente viene sconfitto e tuttavia quotidianamente rinnoviamo.
Non ho imparato, non imparerò mai nessuna lezione / Senza prima bruciare, bestemmiare ancora il mio cuore / Non ricordo cosa hai detto, non ricordo una parola / Ma la nave oggi brucia e tu non vuoi vedere / La mia mano tocca ancora la tua mano / La tua è andata lontano”.
Un’interiore viola affianca la voce profonda di Gazich e il pianoforte. Il brano, in minore, ha una progressione fatale, di matrice blues. Tutto sembra sprofondare in gironi sempre più oscuri, fino al lucente accordo conclusivo in maggiore.

6: Fiaba del sole, del ghiaccio e dell’attesa
“La morte diventa niente / Il niente diventa terra / La terra diventa vino / Il vino diventa rabbia”.
Filastrocca misterica, iniziatica, inquietante, sospesa tra i due mondi, caratterizzata tuttavia da un lieto e scoppiettante andamento musicale, che allude ai tradizionali fiddle tunes del folk americano. “Nel 1992 , ormai vent’anni fa, ricorda Gazich, ho partecipato al mio primo tour professionale con la singer songwriter statunitense Michelle Shocked. L’artista portava in tour l’album Arkansas Traveler, un omaggio al folk americano nelle sue diverse incarnazioni. Io imparai che il mio violino poteva essere anche un fiddle: fu il mio battesimo folk”.

7: L’esca del tempo
“Vuota la brocca nel mio bicchiere/ Vuota la brocca nel mio bicchiere / Il bicchiere limita il dono / Il vino trabocca senza suono / Non c’è spazio in chi è pieno già di sé.”
Lenta, meditativa, solo piano e voce. Il piano canta la melodia, Gazich la recita incrociando le parole con la malinconica melodia del piano ancora una volta di gusto francese, non lontana dalle Mélodies pour Chant et Piano di Gabriel Fauré (1845-1924). Dolce la melodia; evangelico, dunque forte e radicale, il testo: un invito a svuotarsi di sé, della propria presunzione. La vita è breve, riempite il bicchiere, perché non si può sfuggire all’esca del tempo!

8: Lacrimosa
“Lacrimosa dies illa / Qua resurget ex favilla / Judicandus homo reus”
I versi latini appartengono alla sequentia della Messa per i defunti: su queste parole i compositori classici hanno composto i loro Requiem: notissimo, ad esempio, il Lacrimosa del Requiem di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791). Traduzione: “Saranno giorni di lacrime quelli in cui l’uomo, destinato ad essere giudicato, risorgerà dalla polvere”.
Ma la canzone ha una sua dolcezza, nel suo incedere nobilmente liturgico, perché le lacrime e il dolore non sono sterili: attraverso le lacrime si può davvero cominciare a vedere, per la prima volta.
“Le tue lacrime: lenti per vedere le cose normali / Le tue lacrime: specchi magici, riflettono altri sguardi / Le tue lacrime: lenti sacre per sacri cannocchiali / Le tue lacrime: noci di luce, mandorle di pace”.

9: Salmo Magico
Magic Psalm è il titolo di un componimento (di contenuto totalmente diverso dalla canzone) di Allen Ginsberg (1926-1997), il solenne, irrituale e sconvolgente maestro della poesia Beat americana. Magic Psalm fa parte di Kaddish and Other Poems 1958-1960. Il Kaddish è una preghiera che, nella liturgia ebraica, si recita per accompagnare la sepoltura dei morti.
Il Salmo Magico di Gazich è un componimento ipnotico, magico appunto, come la luna, come il misterioso lavoro delle api: “Le api distillano il male di vivere e morire / In lacrime di pura dolcezza”. Parole come queste si depositano su una melodia circolare, che ci avvolge nella sua spira.

10: Grano di luce
L’album si conclude con una dolcissima canzone d’amore; vorremmo che non finisse mai. Ricca l’orchestrazione degli archi, ma mai ridondante: tanta dolcezza, ma nessun cedimento allo zuccheroso o al patetico. L’amore non è una marcia trionfale, ma spalanca le porte e il cielo della gioia a chi ama, mentre i vili e i violenti s’immergono nel fango del mondo e dell’avidità: “Nessuna porta potrà più essere chiusa / Nessuna soglia mai più bagnata di pianto / Se il mondo è dei violenti / Il cielo è per gli amanti /Posso restare con te? / Posso restare con te?”.

Registrato tra l’1 e il 19 agosto 2011 da Paolo Costola presso lo studio MacWave di Brescia
Mixato tra il 23 agosto e il 5 settembre 2011 da Michele Gazich e Paolo Costola
Masterizzato da Paolo Costola

Fotografie: Alice Falchetti
Progetto grafico: Fabrizio Carletto
Traduzione inglese con la supervisione di Eric Andersen

Produzione artistica: Michele Gazich

 

 
 
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