No man is an island – Venezia

No man is an island

Michele Gazich – Waterlines

Isola di San Servolo – Ottobre 2017

 

C’è una strana parentela tra ciò che per lungo tempo fu temuto come grido e ciò che per lungo tempo fu atteso come canto”.

Michel Foucault

 

La residenza a San Servolo dell’artista Michele Gazich (musicista, poeta, scrittore di canzoni, produttore artistico), rivolta agli studenti residenti sull’isola e aperta, nei suoi esiti conclusivi, anche al pubblico sarà un cammino di riscoperta dell’isola stessa e dei suoi passati abitanti, quando San Servolo per più di duecento anni (dal 1725 al 1978) fu manicomio.

Ho accolto con gioia l’invito di Waterlines – racconta Gazich – ma non volevo che la mia residenza sull’isola fosse una navigazione solitaria, un momento di ricerca solo per me stesso, perché nessun uomo è un’isola, come scriveva John Donne. Il mio desiderio è ricaricare di nuovi significati questa famosa affermazione, ripronunciarla, con forza anche paradossale, proprio dall’isola di San Servolo, dove tanti uomini sono stati un’isola.

Mi ha immediatamente suggestionato l’archivio dell’ex-manicomio, perfettamente conservato e preservato da archivisti attenti: migliaia di schede, di cartelle, migliaia di persone, di vite. Ho pensato che l’incontro con queste persone doveva essere il fulcro della mia residenza a San Servolo, per tanti motivi. Innanzitutto per ridare ad essi dignità e cittadinanza nel mondo fuori dall’isola, rivivendo empaticamente le loro tristi esistenze (le schede sono assai ricche di dati, non solo legati alle pratiche mediche connesse con i pazienti, ma contengono spesso anche trascrizioni delle loro parole, frammenti della loro storia esistenziale); in secondo luogo per dare agli studenti stessi coscienza del significato e della storia dello spazio che essi abitano oggi. Tipico dell’uomo contemporaneo è abitare spazi e fruirli senza farli parlare, incoscientemente.

Vorrei, dunque, provare a dare voce a queste persone, a queste vite ancora in un certo senso rinchiuse nelle cartelle cliniche, provare a liberarle, a trasformarle in canzoni. Scrive Foucault, nel saggio La follia, l’opera assente, che c’è “una strana parentela tra ciò che per lungo tempo fu temuto come grido e ciò che per lungo tempo fu atteso come canto”. L’intento è dunque quello di ascoltare il grido nascosto tra queste annotazioni cliniche, farlo risuonare in noi e declinarlo in canto. Gli studenti saranno coinvolti direttamente nella ricerca all’interno dell’archivio e nel processo creativo di scrittura di parole e musiche.

Non ho potuto ignorare, nell’ambito di una prima esplorazione dell’archivio e grazie alla lettura degli atti del convegno Psichiatria e nazismo svoltosi a San Servolo nel 1998, la vicenda degli ebrei già segregati in manicomio (e accuratamente schedati in questo senso), che nell’ottobre del 1944 vennero da lì deportati verso i campi di concentramento tedeschi. La loro vicenda sarà il cuore della mia indagine. Su di essi desidero scrivere, far conoscere questa storia. Le cartelle cliniche, essendo trascorsi più di settant’anni dagli eventi, sono da poco a disposizione degli studiosi.

Nessun uomo è un’isola e dunque gli studenti ed io non saremo lasciati soli nella nostra ricerca e nel nostro creare. Il percorso del mese di ottobre si strutturerà attraverso una serie di appuntamenti settimanali (di cui saranno comunicate le date) in cui ci si aggiornerà sul lavoro svolto e nei quali inoltre mi affiancheranno studiosi in grado di offrire uno sguardo diverso e complementare al mio nella lettura dell’archivio di San Servolo: un medico, uno storico, etc.

Nell’ultimo appuntamento chiamerò a collaborare un musicista e proporrò una lezione-concerto, in cui le canzoni, composte nell’ambito della mia permanenza a San Servolo, saranno affiancate a mie preesistenti composizioni in musica e parole dedicate a poeti e scrittori del Novecento: da Paul Celan a Pier Paolo Pasolini, da Cristina Campo a Ezra Pound, da Sylvia Plath a Ingeborg Bachmann. Tutti artisti che hanno subito le dinamiche espulsive della società e dei suoi poteri, che li spinsero alla follia, alla morte, li rinchiusero in manicomi e altri luoghi di segregazione o li spinsero all’autoreclusione.

Le loro emblematiche vicende artistiche ed esistenziali consuoneranno con le storie altrettanto emblematiche dei passati abitanti di San Servolo: perché nessun uomo è un’isola.

Partners waterlinesproject: Fondazione di Venezia, Collegio Internazionale Ca’ Foscari, Società San Servolo Servizi Metropolitani.

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Non ho potuto ignorare, nell’ambito di una prima esplorazione dell’archivio e grazie alla lettura degli atti del convegno Psichiatria e nazismo svoltosi a San Servolo nel 1998, la vicenda degli ebrei già segregati in manicomio (e accuratamente schedati in questo senso), che nell’ottobre del 1944 vennero da lì deportati verso i campi di concentramento tedeschi. La loro vicenda sarà il cuore della mia indagine. Su di essi desidero scrivere, far conoscere questa storia. Le cartelle cliniche, essendo trascorsi più di settant’anni dagli eventi, sono da poco a disposizione degli studiosi.

 

 
 
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