Nuovo album il 7 settembre

Ho scritto queste canzoni nell’ottobre 2017. Quel mese ho vissuto, ospite del progetto Waterlines – residenze artistiche e letterarie a Venezia, su di un’isola: San Servolo, proprio di fronte a Venezia. L’isola fu manicomio dal 1725 al 1978. Ogni giorno ho trascorso la mattinata nell’archivio dell’ex-manicomio e il pomeriggio e la notte a scrivere.
In un altro ottobre non così lontano nel tempo (per l’esattezza l’11 ottobre del 1944), dall’isola di San Servolo vennero “ritirati” – questo l’orribile termine burocratico che leggo sulle loro cartelle cliniche – gli ebrei presenti nel manicomio e deportati verso i campi di sterminio tedeschi. Ho guardato i loro visi, ho riletto le loro storie nelle cartelle cliniche, nel tentativo di restituire loro qualcosa, che non sarà comunque mai abbastanza, e di ridare a loro la parola. La loro storia non è conosciuta: la mia missione è farla conoscere. Abbiamo bisogno gli uni degli altri, abbiamo bisogno di ritrovare queste donne e questi uomini da qui “ritirati”.
Essendo trascorsi più di settant’anni dal 1944, ora le cartelle cliniche sono pubbliche: si potrebbero divulgare nomi, cognomi e fotografie. Ho pensato, tuttavia, di non farlo, per rispetto dei congiunti delle vittime e per dare alle loro storie un valore non solo personale. Ho scelto dunque per loro nomi come Euridice, Debora, Anna, ma anche Alice, San Sebastiano, Torquemada, incrociando codici culturali e allusioni, con motivazioni tuttavia sempre specifiche, stringenti e legate alla biografia di questi uomini e donne.
Ragioni chiarite nelle note ad ogni canzone, dove sono anche trascritte porzioni delle cartelle stesse; in ogni nota è inoltre riportato il numero di ogni cartella, per lo studioso che volesse approfondire e incontrare queste persone direttamente, senza il filtro della mia trasfigurazione artistica. Le fotografie dei ricoverati, per i motivi suddetti, sono sostituite da xilografie ad esse ispirate e declinate da Alice Falchetti in una chiave legata all’espressionismo tedesco.
Credevo di avere scritto tutte le canzoni per questo ciclo nell’ottobre 2017, ma ne mancava una, che ora ne è il cuore: Maltamé, scritta nel marzo-aprile 2018 nella parlata degli ebrei di Venezia, lingua oggi non più utilizzata se non dai pochissimi che ancora ne pronunciano gli ultimi residui. La lingua era un affascinante miscuglio di parole di matrice ebraica, provenienti da varie tradizioni, e di veneziano, per dare una veloce e troppo limitata definizione. La canzone si configura come un omaggio a questa parlata, a cui le deportazioni verso i campi di sterminio tedeschi infersero una terribile ferita. Ho scelto dunque di narrare il momento della deportazione da San Servolo proprio attraverso la parlata che l’ignorante violenza dei carnefici ha ucciso, uccidendo gli ebrei deportati. Ho scelto di fare memoria coinvolgendo attivamente anche il significante, le parole, che divengono mattoni di memoria per costruire canzoni-case di memoria.

Michele Gazich, 7 luglio 2018

 

 
 
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